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L'Editoriale


LA UE CHIEDE PIU’ FLESSIBILITA’ PER APRIRE IL MERCATO DEL LAVORO AI GIOVANI E DISINCENTIVARE LA DELOCALIZZAZIONE

10 Ottobre 2011

Cari elettori,

la copertina dell’«Economist» di qualche settimana fa era dedicata al lavoro. Quarantaquattro milioni di persone sarebbero in cerca di un’occupazione nei Paesi Ocse. In un mondo globalizzato, e fortemente concorrenziale, la questione ha un interesse che sarebbe riduttivo limitare alla sola dimensione italiana. E deve tornare a essere al centro degli interessi di iniziative comuni, transnazionali. Ma come intervenire, quali sono le ricette?

Il refrain è che la precarietà sia un male. Anche se poi, qualcuno lo dimentica, è stata introdotta dal centrosinistra col pacchetto Treu, pensato in verità per rispondere alla disoccupazione, non certo per favorirla. E i numeri attuali vanno letti in maniera non demagogica. Studi dell’Ocse, bene evidenziati da Giuliano Cazzola, dicono che in Germania additata a modello, il 57% dei giovani ha iniziato l’attività lavorativa con un’occupazione temporanea. In Italia la percentuale è del 46%. Dunque non sta qui il problema, il problema è semmai chi non studia e non cerca occupazione.

L’Europa dice infatti che il sistema è ingessato e serve più flessibilità. Altrimenti la risposta è la delocalizzazione e il lavoro se ne va altrove. Misure correttive ci vengono chieste dalla Bce. Che ha manifestato l’esigenza di riformare il sistema di contrattazione salariale collettiva permettendo accordi a livello d’impresa. E ha pure fatto esplicito riferimento a una revisione delle norme sul licenziamento, oggi regolamentate, solo per alcune imprese, dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma toccarlo è considerato un tabù da una certa parte della sinistra.

Il governo si è mosso lungo quel solco, con l’articolo 8 della manovra, che dà più forza al territorio, consentendo una contrattazione in deroga ai contratti nazionali. Eppure Confidustria e sindacati si sono messi attorno a un tavolo per sterilizzarlo.

Una riflessione su scuola e università. Se oggi sono più vicine al mondo del lavoro e all’Europa è grazie alla duplice riforma attuata dal ministro Maria Stella Gelmini. I primi dati sulle iscrizioni ad alcuni atenei milanesi parlano di un rialzo per le facoltà umanistiche e gli studi di giurisprudenza. Eppure Milano ha la metà degli avvocati dell’intera Francia. C’è bisogno di un riequilibrio tra domanda e offerta. Ed è importante monitorare l’evoluzione nel campo delle professioni. Quello che ha fatto il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Che ha reso disponibili i dati trimestrali sulla domanda del lavoro nelle singole province. Un‘importante bussola per i giovani per aiutarli a scegliere la strada migliore.

Non dimentichiamo che la spina dorsale dell’economia italiana è stata a lungo, ed è ancora oggi, costituita dalle piccole e medie imprese. E la loro ricchezza è il know how tecnico. Ecco perché l’Europa le ha individuate come il fulcro del sistema di finanziamento per la ricerca e sviluppo. Il raccordo con il mondo delle imprese è, pertanto, fondamentale. L’Europa ha anche indicato degli strumenti per avvicinare formazione e lavoro, a cominciare dall’ apprendistato. E difatti il governo lo ha rilanciato con un riforma.

Fa piacere notare che secondo una ricerca Ispo per otto lombardi su dieci tra i 25 e 34 anni l’agricoltura rappresenti un settore di sviluppo. Un segnale in controtendenza, che va guardato con interesse. Da non dimenticare che l’Italia è leader nel settore bio, e la nuova Politica agricola comune intende investire sempre di più in questo ambito. Del resto la rivoluzione ‘green’, che stiamo vivendo, dovrebbe creare entro il 2020 un milione di nuovi posti di lavoro.

A presto,

Lara Comi


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