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L'Editoriale |
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Manovra finalmente in porto ma ora investiamo sul futuro dei giovani 15 Settembre 2011 Cari elettori, finalmente la manovra è in porto. Tagliare la spesa pubblica, combattere l’evasione fiscale (120 miliardi ogni anno) era doveroso. E prevedere il pareggio di bilancio in Costituzione è una rivoluzione. L’Italia ha compiuto uno sforzo straordinario. E questa linea di discontinuità deve proseguire per il futuro. L’Europa ci chiede di procedere con le manovre strutturali, intervenendo su previdenza e lavoro, e procedendo con le liberalizzazioni. Liberalizzazioni che la stessa direttiva Bolkestein ci impone in tutta una vasta gamma di servizi per dare impulso all’economia e aprire il mercato. Serve attuare politiche che favoriscano la crescita. Toccare le pensioni non può essere un tabù. E «occorre che i Paesi dell'area euro rendano più flessibile il mercato del lavoro» passando «da un livello di contrattazione nazionale a uno aziendale». Lo ha detto Trichet. L’articolo 8 della manovra va proprio in questa direzione. E lo stesso presidente della Banca centrale europea ha ricordato come la Germania abbia beneficiato della riforma dell’occupazione. Serve coraggio e uno, cento, mille scioperi non possono cambiare i numeri. Come quelli della Cgil, dove la maggioranza degli iscritti sono pensionati. Mi auguro pertanto che seguano altri step. E che al centro dei riflettori ci siano i giovani. Dobbiamo puntare su di loro per un rilancio. Serve un patto generazionale, perché l’Italia è oggi tra i Paesi europei quello con la più forte quota di spesa pensionistica con un disavanzo crescente come ha denunciato, dati alla mano (9 miliardi nel 2009), Alberto Brambilla, presidente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale del ministero del Lavoro. E abbiamo il dovere morale di pensare a tutelare i nostri figli che andranno in pensione. La crisi economica può, inoltre, rappresentare un’occasione per potenziare le politiche rivolte all’occupazione giovanile e fare dei giovani la priorità nell’agenda politica. Il prossimo decennio vedrà l’offerta di 80 milioni di posti di lavoro nella Ue di cui il 50% generati dalle Pmi. E la maggior parte richiederà lavoro qualificato. Apro una parentesi. Il vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani ha perfettamente ragione a ricordare che l’Italia ha utilizzato poco e male i fondi europei. E che potrebbero al contrario essere un volano per l’economia. Basti un esempio, la ricerca. Recentemente la Ue ha stanziato 7 miliardi di euro, di cui 1 destinato alle piccole e medie imprese. Un investimento che produrrà 174 mila posti di lavoro. Ma il tasso di successo nell’accoglimento delle domande inviate dal nostro Paese è intorno al 18%, tre punti percentuali sotto la media della Ue che è del 21%. Un gap che va colmato. Chiudo sugli Eurobond, tema che ha suscitato ampio dibattito. Ritengo che l’Europa debba essere sempre più un’unione fiscale oltre che monetaria. E politica. Le obbligazioni europee sono uno strumento che serve sia a finanziare il debito sia gli investimenti e i progetti comuni. Dunque sono una leva per la crescita. Emettere titoli propri darebbe un segno di forte governance economica e politica oltre a essere un fattore di stabilità per i mercati. Quando hai eliminato l'impossibile, qualsiasi cosa resti, per quanto improbabile, deve essere la verità diceva lo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle. Non so se da questa manovra sia uscito ciò che era irrealizzabile contemplare. E non so se l’esito sia la Verità. Ma è indubbiamente un’iniezione di fiducia. A presto, Lara Comi |





